Settimana di PreghierA Settimana di PreghierA Per l’Unità dei Cristiani Per l’Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2027 18-25 gennaio 2027 “ Non aver paura, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha voluto darvi il suo regno ” (Luca 12, 32) Centro Pro UnioneCentro Pro Unione Testi utili per Testi utili per tutto l’anno 2027tutto l’anno 2027 Testi utili per Testi utili per tutto l’anno 2027tutto l’anno 2027“Non aver paura, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha voluto darvi il suo regno” (Luca 12, 32) SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 18-25 gennaio Testi utili per tutto l’anno 2027 preparati congiuntamente dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani e la Commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese CENTRO PRO UNIONE - Paoline EDITORIALE LIBRI ROMA 2027In copertina: “Gesù, il Buon Pastore” - Vetrata di Sieger Koder Cappella del cimitero di Ursberg, Germania Credito: Adobe Stock #3338836853 PRESENTAZIONE1 “Non aver paura, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha voluto darvi il suo regno ” (Luca 12, 32) È questo il versetto che le sorelle e i fratelli della Conferen- za episcopale irlandese e del Consiglio delle Chiese d’Irlan- da hanno scelto come tema per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2027. La fede vi è proposta come antidoto alla paura, attraverso un’immagine pastorale: Dio mostrato come guida e non come dominatore, in rapporto a una mi- noranza fragile ma preziosa, dove il valore non dipende dai numeri o dal potere ma da una personale relazione con il Pa- dre celeste. Tre movimenti in queste poche parole – un impe- rativo, un’identità, un fondamento – e sostiamo su ciascuno. Non aver paura Gesù non dice “non cominciate a temere”: dice piuttosto “smettete di temere”. La paura c’è già. Non viene rimprove- rata, viene riconosciuta – e poi le viene contrapposto qualcosa di più antico di lei. La paura è una delle ferite più profonde dell’uomo: nasce dalla separazione da Dio. Con il “non temere”, Cristo risana questa frattura ristabilendo la comunione, e lo fa non con pro- messe mondane ma con il dono del Regno. La vera sicurezza non deriva dalla stabilità esteriore, ma dall’appartenenza al Padre. Nella tradizione spirituale antica, la paura viene sosti- tuita dal timore di Dio – non come terrore, ma come amore- vole riverenza. Chi ha conosciuto l’amore, scrive un Padre del deserto, non conosce più la paura. 1 La Presentazione al testo italiano è stata redatta dal Consiglio delle chiese cristiane di Foggia e viene pubblicata sotto la sua autorità e responsabilità. 4 È l’eco di un’intuizione che attraversa la tradizione cristiana e che Agostino ha scolpito in una pagina celebre delle Confes- sioni: ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. La paura nasce dall’attaccamento a ciò che è instabile. Il “non temere” di Gesù diventa allora un invi- to a placare la propria anima dalle paure dell’era moderna, a rifugiarsi e riposare nelle sicure braccia del Buon Pastore che ha cura del suo gregge. E parla a noi, oggi: in un tempo abitato da molte paure – del futuro, dell’altro, della propria irrilevanza. La risposta del Vangelo non è statistica e non è strategica. È relazionale. Non si smette di temere perché qualcosa è andato a posto: si smet- te di temere perché qualcuno ci tiene. Piccolo gregge Qui la voce si fa tenera. Piccolo gregge, ora, così come siamo. È il tono di chi ama, non di chi consola dall’alto. E “piccolo” non è un giudizio: è una realtà. La piccolezza, hanno scritto i Padri della Chiesa antica, non è segno di debolezza ma di autenticità: la Chiesa non è grande per numero, ma per fede e comunione con Cristo. È il piccolo gregge in pellegrinaggio nel mondo, spesso emarginato, ma portatore di una verità che dura. In un mondo dominato dal potere e dalla visibilità, Cristo apre un’altra logica: il Regno non appartiene ai molti, ma ai fedeli. E il piccolo gregge può essere la comunità parrocchiale, la famiglia, persino l’anima di ogni persona che rimane in comunione con il Buon Pasto- re: Egli non abbandona mai i suoi. Questo Dio che parla ai pochi è un Dio-Amore, e va in cerca dell’unica pecora smarrita. E perché è Amore, chiama anche noi ad amare. Ma – è un’osservazione semplice e vera – non si può pensare di poter amare gli altri se non ci si sente pro- fondamente amati, se non è viva in noi la certezza che Dio ci ama. L’amore reciproco fra le chiese fa sì che ognuna diventi dono per le altre.5 Lo sappiamo per esperienza vissuta. In tante città, sono ormai decenni che piccoli gruppi di cristiani di confessioni diverse hanno cominciato ad ascoltarsi, a pregare insieme, a ricono- scersi reciprocamente come comunità animate dallo stesso Spirito. Da quei gruppi sono nati patti di reciproca e conti- nua misericordia, sono cresciuti Consigli di chiese, sono fio- riti incontri che hanno messo a punto vie comuni di dialogo – culminati, nel gennaio del 2026, nel Simposio delle Chiese cristiane in Italia tenutosi a Bari, dove per la prima volta le di- verse confessioni si sono ritrovate per sottoscrivere un patto comune e tracciare insieme una «Via italiana del dialogo». È il piccolo gregge che si riconosce gregge. E forse – qualcuno l’ha intuito con grande lucidità – anche le nostre divisioni, contro la loro logica, hanno permesso di scoprire ricchezze del Vangelo che altrimenti sarebbero rimaste in ombra. Ciò che unisce i cristiani è molto più importante e più forte di ciò che ancora li divide. Il Padre vostro ha voluto Qui bisogna fermarsi. Il verbo che Luca usa non significa solo “decidere”: dice qualcosa di più. Significa trovare buo- no, compiacersi, provare piacere nel fare una cosa. È la stessa parola che risuona al battesimo di Gesù – “in te mi sono com- piaciuto” – ed è la stessa che gli angeli cantano nella notte di Betlemme. Non è il linguaggio del dovere: è il linguaggio del piacere, del trovare bello. Il Padre dona il Regno perché gli piace donarlo. Ha trovato bello farlo. È un punto antico e delicato. Hanno insegnato i grandi mae- stri spirituali che la salvezza è una sinergia tra la grazia divi- na e la libertà umana – ma l’iniziativa è sempre del Padre. Il “ha voluto” del Vangelo dice proprio questo: non siamo noi a guadagnarci l’amore di Dio, dobbiamo riceverlo con umiltà. Ed è proprio questa la via che ci libera dall’angoscia dell’au- tosufficienza, dalla tentazione di essere noi i fondatori della nostra salvezza.6 Anche Tommaso aveva intuito qualcosa di simile: il fine ul- timo dell’uomo è la felicità, la beatitudine – e questa felicità non si trova nei beni materiali, nelle ricchezze o nel piacere come consumo, ma esclusivamente nella contemplazione e relazione con Dio. Il Regno non si conquista con la forza o con il denaro: è un dono gratuito. Il dono e la gratuità di Dio non significano però “privi di va- lore”. È la grazia costosa di cui ha parlato Bonhoeffer, con- trapposta alla grazia a buon mercato: il Vangelo richiede di- scepolato, è la perla preziosa che costa all’uomo la propria vita, mentre rimane dono gratuito che giustifica il peccatore. In conclusione, la logica del versetto è opposta a quella domi- nante: non paura ma fiducia, non potere ma relazione, non conquista ma dono per grazia. Bellezza e impegno non si oppongono – anzi, solo davanti a ciò che ci è stato donato gratuitamente possiamo rispondere con tutto noi stessi. La grazia ha la forma di un piacere che precede e attrae, e che proprio per questo chiama. Il Pasto- re di Giovanni 10, che traduciamo “Buon Pastore”, in greco vuol dire anche “Bel Pastore”: eticamente affidabile e bello insieme. Si segue perché chi l’ha incontrato non riesce più a smettere di seguirlo. Darvi il suo regno Il Regno, dunque, non è un progetto, non un programma, non un’istituzione. Il piccolo gregge non lo costruisce: lo ri- ceve. Non lo merita: lo abita. La decisione del Padre è già presa. Prima di noi. Senza di noi. Per noi. Il Regno di Dio non è solo una realtà futura: è una realtà presente, anticipata nella vita della Chiesa. Già qui lo si pre- gusta – nello spezzare il Pane insieme, nell’ascolto della Pa- rola condivisa, nei santi misteri della comunione cristiana. La parola di Cristo non è solo una promessa per il domani: è un’esperienza che comincia oggi. Pertanto, dobbiamo vive- re con la consapevolezza di essere già eredi del Regno, per 7 grazia del Padre, nell’amore del Figlio e nella comunione dello Spirito Santo. E questo Regno-presente prende forma anche nei segni con- creti della nostra storia recente. Quando chiese di tradizioni diverse firmano patti che le impegnano a riconoscersi reci- procamente come comunità cristiane vere, animate dal me- desimo Spirito senza logiche di proselitismo; quando si im- pegnano insieme per il bene comune, per la giustizia, per la pace, per la custodia del creato; quando si scoprono – come è accaduto in incontri recenti, anche in Italia – bellezza e ric- chezza reciproche, ponendo le basi per una comunione sem- pre più visibile che, pur mantenendo le differenze, diventa segno profetico per il mondo: lì il Regno cammina. È il rovesciamento più antico e più nuovo del Vangelo: il piccolo gregge è destinatario di ciò che il mondo non sa né dare né ricevere, perché è precisamente ciò che la logica del mondo non sa fare. “Non aver paura, piccolo gregge”: non perché diventeremo grandi, non perché la storia ci darà ragione. Non temere perché siamo dentro lo sguardo di un Padre che ha trovato bello darci il Regno. Tenuti da una decisione che ha la forma della bellezza prima ancora che del dovere. E forse è proprio da qui – da questa bellezza ricevuta – che possiamo ricomin- ciare a camminare. Insieme. Con la leggerezza di chi sa di essere stato preceduto. “Il Padre vostro ha voluto darvi il suo regno”. Non come ricompensa. Non come compito. Come dono. Consiglio delle chiese cristiane di Foggia Chiesa Cattolica Romana Chiesa Valdese Chiesa Ortodossa Romena Chiesa Pentecostale “Shalom”Next >